Le norme sanitarie di Federico II

Le norme sanitarie di Federico II
Nelle Costituzioni di Melfi, emanate nel 1231, alcuni
titoli riguardano la professione medica e le disposizioni di
polizia sanitaria. Ordinamenti di sconcertante attualità.
 
L'attività professionale dei medici era regolata per legge. Ad ogni tipo di prestazione sanitaria corrispondeva un onorario. Le visite fuori città davano diritto ad un costo aggiuntivo. Il medico doveva fornire all'ammalato due consulti al giorno e uno, a richiesta, nel corso della notte. Ai poveri, consulto gratuito.
Agosto 1231, Dieta di Melfi. Federico secondo di Svevia emana le sue Constitutiones, un corpus complesso e circostanziato di leggi e ordinamenti, la summa della sapienza giuridica del tempo. Una legislazione - un Testo Unificato si chiamerebbe oggi - che regolava i rapporti fra cittadini e pubblici poteri, fra cittadini e cittadini. Nell'ambito del "Liber Augustalis", come vennero subito ribattezzate le Costituzioni Melfitane, abbiamo la prima raccolta di leggi riguardanti la salute delle popolazioni nel mondo occidentale.
Undici titoli del terzo libro sono riservati alla disciplina sanitaria nel Regno di Federico. Cominciano col titolo XLIV ("De probabili experienza medicorum") finiscono col titolo LXXXIX ("De poena hominorum alium occidentium diversis ex causibus"). Potremmo suddividerle, oggi, in due grandi argomenti: norme di deontologia professionale; norme di polizia sanitaria. Ai suoi sudditi Federico imponeva una minuziosa preparazione, per diventare medici. Tre anni di logica e cinque di studi specifici da svolgersi nell'Università di Salerno, l'unica in grado di preparare adeguatamente i neofiti, l'unica in tutto il Regno deputata ad impartire l'insegnamento di medicina. La parte teorica della preparazione prevedeva lo studio accurato dei testi autentici di Ippocrate e di Galeno; la parte pratica riguardava la chirurgia. Terminato il corso, durissimo, l'allievo si sottoponeva all'esame di una commissione composta dai professori dell'Università. La laurea aveva le fattezze di lettere testimoniali. Dopo il riconoscimento degli studi effettuati, un anno di tirocinio presso un medico esperto. Seguiva un altro esame (l'Esame di Stato sarebbe oggi), davanti ai Commissari della Curia Regia e delle Curie provinciali. Finalmente, superata la prova, la "Licentia Medendi " o "Praticandi".
Tutti potevano diventare medici: anche chi proveniva dalle scuole di altri paesi; anche le donne venivano ammesse alla professione; anche gli ebrei, con qualche limitazione, fatto assolutamente inusitato per la cultura del tempo. I chirurghi avevano l'obbligo di studiare nei minimi dettagli l'anatomia umana - direttamente, sembra, sui cadaveri - prima di intervenire sul corpo. Non si sa bene, però, se si potevano eseguire autopsie. Fra le tante voci che circolavano, e circolano, sulla figura e l'opera di Federico, anche quella che l'imperatore avrebbe vivisezionato alcuni condannati a morte, per osservare i processi chimici nello stomaco durante la digestione.
Può essere vero. Ne sono certi i detrattori di Federico - fra i più accaniti Salimbene de Adam che vestiva gli abiti dei Frati Minoriti, avversari indomiti dell'Imperatore, vicinissimo ai Papi contro i quali lo Svevo lottò a lungo per limitarne il potere temporale e per affermare la superiorità dello Stato sulla Chiesa - lo sostengono. Gli agiografi ovviamente no. E nemmeno A.J.L. Huillard-Bréholles, storico francese dell'Ottocento, lo studioso che più di tutti ha analizzato la documentazione raccolta sullo Staufen, dà molto credito a queste voci. Egli infatti si limita a sostenere: "Federico II può ben essere stato un cattivo soggetto, ma senza dubbio fu un grande imperatore".
Dunque, dopo gli Editti di Melfi, la medicina poteva essere insegnata soltanto nell'Università di Salerno. Mezzo secolo più tardi questa prerogativa fu estesa da Carlo I d'Angiò a Napoli, nello Studio generale che l'Hohenstaufen volle per costituire in Italia Meridionale un centro di cultura e di insegnamento pari alle più celebri Università europee con sede, in quel tempo, a Parigi e Oxford, a Bologna e Padova.
Dopo l'emanazione del Liber Augustalis, le farmacie furono sottoposte a un rigido controllo da parte dei sovrintendenti regi. Coloro che preparavano i medicinali, gli sciroppi, i medicamenti, sempre e comunque sotto la responsabilità e alla presenza del medico, prestavano giuramento davanti agli stessi funzionari. Questi vigilavano che nelle botteghe non ci fossero veleni o preparati nocivi per la salute. E controllavano il confezionamento, la durata e i prezzi dei farmaci.
La scuola medica in una miniatura del Canone di Avicenna
La scuola medica di Salerno in una miniatura del Canone di Avicenna
Obblighi e controlli anche per chi svolgeva l'insegnamento universitario, non riscontrabili in altre nazioni europee. I professori non potevano dedicarsi ad altra attività durante il periodo di preparazione degli allievi, nemmeno alla medicina. Per essere abilitati a dare lezioni occorreva superare un esame di idoneità. I docenti giuravano fedeltà al Sovrano e dovevano rigorosamente rispettare i programmi stabiliti, che prescrivevano la lettura e il commento dei testi autentici degli antichi autori. Per quanto riguarda lo studio del polso e l'esame delle urine, una pratica quest’ultima allora molto diffusa, obbligatori gli approfondimenti suggeriti dai testi arabi, ebrei, bizantini e latini.
In fatto di polizia giudiziaria e di pubblica igiene, Federico II regolamentò la vendita della carne e del pesce, la mescita del vino nelle cantine, la confezione delle candele di sebo, per le quali stabilì quanto materiale dovesse essere usato per la produzione di ciascun pezzo. Vietò il seppellimento dei morti entro le mura cittadine, ordinò di gettare nelle acque dei fiumi, ad almeno quattrocento metri dai limiti urbani, le carcasse degli animali e quant'altro potesse ammorbare l'aria delle città. Impedì che nelle acque si riversassero sostanze inquinanti. Ogni infrazione, una pena: dalla multa al carcere; dalla confisca dei beni al taglio della mano, alla condanna capitale.
Nelle sale più esclusive dei suoi castelli, circondato dai profumi odorosi che si faceva portare dall'Oriente, nella opulenza del suo stato imperiale, Federico poteva anche non occuparsi, come tanti predecessori e coevi di pari lignaggio, del suo popolo costretto in città fatiscenti e sovraffollate, prive di servizi igienici, preda molto spesso di contagi ed epidemie. Emanò invece a Melfi queste norme sanitarie che si rivelarono di grande portata per la convivenza civile, che contribuirono a rendere meno pericolosa la vita delle popolazioni a lui sottoposte.
Lo stesso imperatore possedeva importanti cognizioni di medicina e di anatomia, e conosceva con dovizia di particolari l'opera di Ippocrate. Nei numerosi trasferimenti era solito portare con sé una fila di muli con casse zeppe di libri. Gelosamente ne custodiva alcuni, rivelatori delle abitudini di vita e dei comportamenti personali del sovrano. Un volumetto era d’abitudine accostato al suo guanciale: "Secretum Secretorum" dello pseudo-Aristotele che i traduttori avevano riportato direttamente dal greco. Vi si descrivevano le diete alle quali l'imperatore si sottoponeva, quel che era bene mangiare e quel che doveva essere rifiutato per una persona che volesse sempre mantenere la migliore forma corporea. Un altro libricino, "De regimine iter agentium vel peregrinantium", era immancabile negli oggetti da toeletta dello Svevo. Un volumetto che gli aveva dedicato Adamo da Cremona. Conteneva preziosissimi consigli per i bagni e la pulizia, precetti di igiene personale, esercizi ginnici per combattere la stanchezza, sistemi naturali di difesa contro i parassiti che affliggevano i viaggi di Federico e del suo seguito, composto da giocolieri, giullari, poeti, cantori, ballerine, donne bellissime con le quali era solito trascorrere notti infuocate, gente di ogni razza e religione.
La legislazione emanata da Federico per disciplinare il settore sanitario, fu senza precedenti nell'Europa occidentale. Fu il frutto maturo di un'epoca dominata dalla personalità dello Staufen: gli storici, denigratori e agiografi, sono concordi nell'affermarlo.
Fa aggio però su questa convinzione la biografia scritta da David Abulafia, professore di Storia a Cambridge. Lo studioso ci presenta l'Imperatore del Sacro Romano Impero come un regnante dimesso, privo del grande carisma e della straordinaria personalità che gli viene attribuita. Insomma un altro Federico II, un imperatore qualunque ci presenta Abulafia. Un uomo meno tollerante e lungimirante nei suoi interessi culturali, meno deciso nei confronti della Chiesa, con un unico pensiero, quello di mantenere il potere e conservarlo ai suoi discendenti; un monarca che non stabilì affatto un sistema coerentemente centralizzato come pure si evince dalle Costituzioni emanate a Melfi. Lo sbigottimento ci coglie, a leggere Abulafia. Ci chiediamo, infatti: fu davvero Federico II di Svevia il monarca più illuminato che l'assolutismo medievale abbia conosciuto? Fu un uomo che ha lasciato perciò un potente segno nella storia ? O fu soltanto un personaggio malitiosus, callidus, versutus, avarus, luxuriosus, iracundus, e di piccola caratura politica? Lasciamo che a rispondere siano gli storici di professione, se riescono ad elaborare tesi non completamente contraddittorie l'una con l'altra. Quel che è certo, e nemmeno Abulafia lo confuta, è che un cronista rimasto ignoto, alla morte di Federico, avvenuta in terra di Capitanata, a Fiorentino, scrisse: "Cecidit sol mundi, qui lucebat in gentibus; cecidit sol iustitiae; cecidit amor pacis".
Era una fredda notte di dicembre. Anno di grazia 1250.
Bibliografia
1) F. Garofano Venosta, E. De Rosa, "Le leggi sanitarie nelle augustali federiciane," in "Pagine di storia della medicina", 1970.
2) Fra Salimbene De Adam, "Cronica", Laterza, Bari, 1966
3) Huillard-Bréholles, "Historia diplomatica Friderici Secundi sive Constitutiones, privilegia, mandata, instrumenta quae supersunt istius imperatoris et filiorum eius", Parigi, 1854.
4) Gianni Iacovelli, "Ordinamenti sanitari nelle Costituzioni di Federico", Bari, 1986.
5) David Abulafia, "Frederick II. A medieval emperor", London, 1988.
Copyright  © Francesco Sernia